domenica 17 novembre 2019

La meglio gioventù




La meglio gioventù è una saga familiare che si dipana dall'Italia del 1966 a quella del 2003. La pellicola narra la storia di una famiglia di Roma, i Carati, concentrandosi principalmente sulle figure dei due fratelli Matteo (Alessio Boni) e Nicola (Luigi Lo Cascio). In essa vengono documentate pressoché tutte le fasi della loro vita, dal loro viaggio nel fiore della loro giovinezza, negli anni della contestazione e della controcultura agli anni della maturità, nel 2000. Fra i temi centrali del film vi sono l'interazione fra la sfera personale e quella politica, l'analisi storica dei periodi considerati ed il tema del bivio (si sottolinea come anche i piccoli eventi della vita possano diventare punti di svolta per scelte più importanti nel futuro, nelle sue certezze ed ucronie).

Estate 1966


Il film narra la storia di due fratelli romani, Matteo e Nicola Carati (Luigi Lo Cascio), rispettivamente studenti in Lettere e Medicina. Essi vivono con i genitori Angelo (Andrea Tidona) ed Adriana (Adriana Asti) milanese trapiantata a Roma, e hanno due sorelle: la maggiore, Giovanna (Lidia Vitale) e la più piccola, Francesca (Valentina Carnelutti). Durante la prima parte del film vengono presentati i personaggi principali, gli amici più cari Carlo (Fabrizio Gifuni) e Berto (Giovanni Scifoni) (Giovanni Scifoni), i rapporti più importanti. La premessa di partenza della pellicola è l'innamoramento di Matteo nei confronti di Giorgia (Jasmine Trinca), ragazza problematica di 16 anni orfana di madre originaria di un piccolo paese dell'appenino abruzzese ossia Pietracamela. La giovane vive in una clinica e, a causa di vicende gravi e ignote all'interno della sua famiglia non parla quasi mai, ha paura di toccare gli altri e viene "curata" tramite l'elettroshock. Matteo la conosce e riesce a starle vicino lavorando come logoterapista (figura che accompagna i malati, parlandoci e passeggiandoci per farli sentire a proprio agio) nell'istituto in cui lei è rinchiusa. In questo periodo stringe amicizia con lei, parlandole e condividendo le sue passioni per la letteratura e per la fotografia. Fra i due si crea un legame ed una notte Matteo, impietosito, decide di portarla via da quella violenta istituzione.
L'occasione giusta per sottrarla a tale luogo è la vacanza estiva con meta Capo Nord che il fratello Nicola ed i suoi amici hanno programmato per chiudere l'anno universitario. Il giorno della partenza Matteo si presenta con la ragazza al seguito; nel gruppo di ragazzi si sollevano pareri discordanti su questa decisione. Per ovviare al "problema" i fratelli Matteo e Nicola decidono di separarsi momentaneamente dal gruppo e di deviare il proprio viaggio per portare la ragazza al sicuro, da suo padre: questa decisione è legata al fatto che per andare all'estero sarebbe stato necessario passare dal Brennero e, in assenza di un passaporto della giovane, i ragazzi sarebbero stati facilmente individuati come fuggiaschi. Raggiunto Pietracamela, vengono a sapere dal parroco che il padre della ragazza si è trasferito da qualche anno a Ravenna. Arrivati a Ravenna il giorno dopo, i due fratelli riescono a trovare il padre di Giorgia il quale lo informano degli scorretti trattamenti a cui è sottoposta la figlia in istituto. L'uomo però non si mostra quasi per niente interessato ai problemi che affliggono la giovane ragazza e, anziché riprenderla a vivere con sé, preferisce che venga riportata in clinica ribadendo più volte di non poterla accudire e di averla messa li spendendo molti soldi per farla guarire, come se quasi non credesse a ciò che gli hanno detto i due fratelli. Alterato da questo atteggiamentonettamente superficiale, Matteo reagisce violentemente contro di lui, ma infine i tre si allontanano.
Stando insieme, il rapporto fra i giovani si cementa ed anche Nicola inizia ad interessarsi a Giorgia, con la dolcezza e l'umanità che solo un aspirante medico ha verso un malato. I tre giovani si spostano di stazione in stazione, fin quando un giorno, per una distratta fatalità del destino, Giorgia viene catturata dalla polizia e riportata in istituto. I due fratelli soffrono fortemente per aver perso le sue tracce, ma in loro permane il ricordo di una estate diversa ed in un certo senso unica.
Le strade dei due si dividono: Matteo torna a Roma, smette gli studi e decide di arruolarsi nell'esercito. Nicola, invece, in attesa di ricominciare l'Università raggiunge infine la Norvegia, mantenendosi lavorando in una segheria. I due si scrivono per un po', mandandosi cartoline e lettere piene d'affetto; questa fase di transizione viene spezzata nel momento in cui Nicola viene a conoscenza, tramite la tv norvegese, dell'alluvione che ha colpito la città di Firenze il 4 novembre. Decide di partire per la città come angelo del fango e qui rincontra suo fratello, anch'egli in missione umanitaria. Il capitolo si chiude con l'incontro fra Nicola ed una studentessa universitaria di Torino, Giulia, che lo incanta suonando il pianoforte nel fangoso ed affollato piazzale degli Uffizi.

Febbraio 1968


Sono passati due anni e Nicola, che ha deciso di specializzarsi in psichiatria, e Giulia vivono insieme a Torino. Sono innamorati e nel pieno fervore della grande contestazione, di cui sono strenui difensori. I due ancora non sono intenzionati a sposarsi. Il fratello Matteo, già misuratosi con l'inclemenza dell'Arma, sta facendo carriera al suo interno.

Primavera 1974


La lotta fra forze di polizia e manifestanti continua ad impazzare come una scia senza fine dopo la cortina di fumo del Sessantotto. Nicola e Giulia si trovano in uno scontro di piazza a Torino e si trovano a scappare dai manganelli della polizia. Giulia, suonando ad un campanello a caso, urla di dover entrare perché incinta ed in pericolo. Nicola prende questa affermazione come una pensata dell'ultimo momento, ma Giulia lo guarda negli occhi facendogli capire che aspetta veramente un bambino. Sentendo che è una femmina, i due decidono di chiamarla Sara. La figlia nasce lo stesso anno, fuori dal matrimonio, ma è come un dono dal cielo per tutta la famiglia: i nonni Angelo e Adriana visitano la casa di Nicola a Torino per vedere la loro nipotina ed anche Matteo si fa vivo.
La loro vita sembra procedere tranquilla, ma purtroppo le loro differenze caratteriali iniziano a farsi vedere. Giulia continua a frequentare l'ambiente dei collettivi, la sua ideologia comunista, mentre Nicola si allontana dai suoi fervori giovanili, capendo che è il momento della responsabilità. Inizia a lavorare come psichiatra in una casa di cura per mantenere la sua famiglia. La passione per questo incarico, grazie anche alla vicinanza della sorella maggiore Giovanna (divenuta magistrato), gli permetteranno di combattere dall'interno i mali della malaorganizzazione dei manicomi; su tutti, i maltrattamenti verso i malati di psichiatri apparentemente integerrimi, che lui smaschera per i mostri che sono.
Matteo nel frattempo si è unito ai reparti mobili della polizia: si trova dal lato dei manganelli e osserva disilluso il dolore della contestazione dall'interno (uno dei suoi compagni di reparto viene picchiato e ridotto su una sedia a rotelle da un manifestante). Turbato dalla situazione, Matteo accetta un altro incarico come fotografo forense in Sicilia.

Estate 1977


Nicola e Giulia stanno arrivando ad un punto di svolta: la bambina sta crescendo e Giulia non riesce a separarsi dalle sue idee anarchiche e sovversive, arrivando a frequentare le Brigate Rosse. L'ideologia della donna è degenerata: si è passati dai sassi alle pistole. Ormai disinteressata al marito e alla vita familiare, una notte prepara di nascosto le valigie per andarsene per sempre da casa. Scoperta da Nicola, viene fermata sulla porta, ma non riesce a dare spiegazioni. Nicola, pur sapendo di dover allevare una figlia da solo, la lascia andare e ne è lacerato.
Ad ogni modo decide di continuare la sua attività di psichiatra, combattendo ancora per la liberazione dei malati (il suo modello ispiratore è Franco Basaglia). Accompagnato dai carabinieri, durante un controllo sulla qualità di una casa di cura apparentemente pulita, egli scopre che nei sotterranei di quest'ultima vengono tenuti rinchiusi alcuni malati in condizioni disumane. Fra questi malati ritrova anche Giorgia, la ragazza dell'estate del '66, la quale versa in uno stato di semincoscienza e delirio. Il manicomio viene chiuso e Nicola decide di seguire clinicamente la sua amica perduta da tempo.
Matteo invece vive da solo in Sicilia fotografando scene del crimine e non portando avanti alcun rapporto umano. Per caso, fra i tavoli di un caffè vicino al porto di Palermo, incontra una fotografa amatoriale, Mirella (Maya Sansa). Egli si presenta come "Nicola", non volendo dire il suo vero nome e nascondendo i particolari sulla sua vita: di rimando Mirella appare molto aperta e parla della sua vita, della sua casa a Stromboli e del suo sogno di diventare bibliotecaria. Il dialogo fra i due si chiude con lui che le consiglia di lavorare in una bella biblioteca che frequentava quando viveva a Roma, quella di villa Celimontana. A causa del suo carattere, integerrimo ma impulsivo e a tratti insubordinato, Matteo decide di lasciare momentaneamente la Sicilia sfruttando delle ferie, seppur forzate dal proprio superiore. Matteo si reca così a Torino, passando per la natìa Roma, dove però decide di non incontrare la famiglia. Il padre Angelo, nel frattempo, si è ammalato di cancro. Il tempo passa e le cure risultano meramente palliative. La medicina non è in grado di curare Angelo ed egli muore, prima che il figlio Matteo riesca a parlargli per un'ultima volta (nonostante lo abbia osservato di nascosto dai finestrini della sua macchina).

Estate 1982


L'Italia si appresta a vincere il suo terzo Mondiale e le vite dei personaggi procedono in modo piuttosto canonico. La figlia di Nicola, Sara, è cresciuta ed esprime il lecito desiderio di rivedere la madre. La madre Giulia, di rimando, è sempre più invischiata nelle Brigate Rosse e si dà alla macchia. Tuttavia, colta da nostalgia per la figlia, contatta Vitale Micavi - che nel frattempo si è riconvertito a manovale - perché chieda a Nicola di permetterle di rivedere la figlia Sara proprio nel corso della finale del Mondiale; Giulia si troverà al Museo regionale di scienze naturali di Torino. Per tale ragione Nicola farà in modo di trovarsi lì con la figlia, che la vedrà di sfuggita senza riconoscerla.

Autunno 1983


Un anno dopo gli eventi appena descritti Matteo (che ha ora un incarico molto più rilevante nella polizia) cammina per la biblioteca di Roma di cui parlava a Mirella e la incontra nuovamente, questa volta in veste di bibliotecaria. Poche parole e i due si riconoscono e decidono di rivedersi. Qualche sera dopo, dopo una partita di bowling di coppia, fanno l'amore in macchina. Ma la vita per Matteo non è facile: è angosciato dai suoi obiettivi di lavoro (incredibilmente fra questi c'è quello di stanare terroristi, fra cui Giulia, e questo lo tormenta), percepisce la solitudine ed il rischio di chi si trova in una posizione come la sua. Combattuto, decide di uscire dalla vita di Mirella.

Dicembre 1983


È la sera di Capodanno. La famiglia Carati si è ritrovata al gran completo a giocare a carte: c'è Nicola, la mamma, le sorelle, l'amico Carlo (ora sposato con la sorella minore, Francesca), i figli. Si respira aria di gioia in attesa della mezzanotte, ma Matteo non c'è. Egli si trova infatti al commissariato, sta facendo gli straordinari su un caso di spaccio di cocaina. Uscito dalla stanza dell'interrogatorio, nervoso e snervato, incontra Mirella: la ragazza è lì per chiedergli perché è sparito da giorni e per sapere perché gli ha sempre mentito sul suo nome (per anni ormai Mirella ha creduto che si chiamasse Nicola) e sulla sua professione (fino a quel giorno, prima che si informasse, pensava fosse un ingegnere). Lui le risponde violentemente, la scaccia via e lei non riesce a dirgli che in realtà era venuta per svelare che aspetta un bambino da lui.
Matteo decide di uscire dal commissariato, visitare finalmente sua madre e festeggiare con la sua famiglia. Dopo poco però se ne va via, prima della mezzanotte, quasi senza salutare. L'unico che saluta è suo fratello, sulla porta, con uno sguardo commosso e che sa di presentimento. Sarà il loro ultimo incontro.
Tornato a casa, telefona a Mirella, ma risponde la segreteria telefonica, con cui Matteo resta muto. Quando questa decide finalmante di alzare la cornetta, Matteo ha già messo giù. A quel punto Matteo si mette pigramente ad innaffiare le piante del suo balconcino e poi, mentre alla trasmissione in TV, fanno il conto alla rovescia per il nuovo anno, così come sta facendo tutta la sua famiglia, in modo del tutto inaspettato si lancia dal balcone, uccidendosi.
Nei giorni seguenti la famiglia è devastata dalla tragedia. La madre, Adriana, non si sente più in grado di fare il suo lavoro di insegnante, preferendo una vita in solitudine a Roma. Nicola, con la sensazione che avrebbe potuto salvare Matteo e non volendo fare lo stesso errore nuovamente, organizza con la sorella Giovanna la cattura di Giulia, per impedirle di uccidere qualcun altro o di rimanere uccisa. Giulia viene condannata a 17 anni di carcere. Durante questo periodo di prigionia Nicola le fa visita, chiedendole la sua mano, ma viene respinto.

Primavera 1992 - 1995


Camminando per la strada Nicola trova un manifesto di una mostra di fotografia, nel quale riconosce gli occhi di suo fratello. La fotografia è stata scattata da Mirella. A seguito di questo evento viene incoraggiato da Giorgia (il cui stato di malattia è migliorato ancora, tanto da poter finalmente uscire dalla casa di cura e vivere la sua vita) ad incontrare Mirella, di cui Nicola non sa nulla. Vincendo le resitenze di Nicola, Giorgia lo convince a informarsi direttamente alla galleria d'arte sull'autrice della foto di suo fratello.
Scopre così che Mirella ora vive a Stromboli ed è impegnata in Sicilia in un servizio fotografico sulla strage di Capaci, in cui ha perso la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone. Incontrata Mirella, in una chiesa, Nicola scopre di avere un nipote, Andrea, di cui Matteo era padre biologico. Nicola ne parla con la madre Adriana e decide di visitare con lei il ragazzo, che ora ha sette anni e sta sull isola. La madre di Nicola, ora nonna, ispirata da un nuovo significato della sua vita decide di restare con Mirella e suo nipote. Morirà lì, qualche anno più tardi. Nicola, dopo aver saputo della dipartita della madre, si reca in Sicilia per visitare Mirella e stare vicino a questa parte della sua famiglia.
Nel frattempo, Sara, ora poco più che ventenne, sta ancora male per le scelte sbagliate intraprese dalla madre. Decide quindi di trasferirsi a Roma, dalla zia Francesca e lo zio Carlo, per studiare restauro. Qui si fidanza con un ragazzo, Mimmo.

Primavera 2000


Giulia, dopo l'uscita di prigione, è seriamente pentita nei confronti della figlia Sara. Lavora ora come archivista alla Biblioteca Nazionale di Firenze ed invia alla figlia una foto che ha ritrovato: in essa vi sono lei e suo padre nel 1966, quando erano giovani ed innamorati nella Firenze dell'alluvione. Sara, ora felice e rafforzata dalla vita, è incoraggiata da Nicola ad affrontare la madre e a cercare di sistemare le cose. Giulia e Sara si incontrano e ritrovano finalmente un legame. Trascinata dall'evento, durante una visita alla basilica di Santo Spirito, Sara dice alla madre un segreto che nessuno ancora sa: è incinta di Mimmo ed il suo unico desiderio è che la mamma suoni per lei. Giulia suona l'organo della chiesa per la figlia e le promette che la andrà a trovare alla nascita del bambino.
Nicola, nell'ubriachezza di una sera a casa di Carlo, finalmente riesce a farsi aprire gli occhi sulla morte di suo fratello Matteo, che è oggettivamente l'unico ostacolo fra lui e Mirella per essere felici. Nicola e Mirella, camminando in silenzio, riescono finalmente a superare il dolore e a lasciar andar via la figura di Matteo per sempre. Si baciano e confessano il proprio amore reciproco.

2003


Il film si conclude con il figlio di Matteo, Andrea, che visita la Norvegia, in particolare Capo Nord, luogo in cui il padre e Nicola sarebbero dovuti andare insieme in quell'estate del 1966, senza mai completare il loro viaggio.

martedì 24 settembre 2019

Psicologia:
L’interpretazione dei sogni


Il sogno, rappresentazione dell’anima: l’analisi di Freud tende a mettere in luce che elementi come i sogni, le dimenticanze, i lapsus sono comuni sia l’individuo sano sia al nevrotico.
 Al sogno viene segnato un ruolo fondamentale per l’esplorazione dell’inconscio. Durante il sonno diminuiscono le difese, e la censura, che impedisce agli elementi rimossi di invadere la coscienza. Il sogno dunque è il risultato di un compromesso: cerca di soddisfare i desideri inconsci seppure in modo allucinatorio, ma li trasforma per non renderli riconoscibili e farli accettare dalla coscienza.

 Il lavoro onirico:  la trasformazione  Del contenuto latente in contenuto manifesto avviene attraverso il lavoro onirico. Nei sogni ritroviamo molti simboli che rimandano a uno psichismo che va oltre l’esperienza individuale.

 L’analisi del sogno permette di risalire ai contenuti latenti, consentendo di arrivare attraverso le libere associazioni ai desideri inconsci e ai traumi infantili rimossi.
Psicologia :
Il ruolo delle pulsioni dell’inconscio:


 Freud evidenzia che lo sviluppo dell’uomo è determinato da pulsioni ed elementi inconsci. Lo psicoanalista individua delle fasi di sviluppo comuni a tutti gli esseri umani; tuttavia ogni individuo attraversa questi stadi in modo diverso e personale. L’inconscio, secondo la teoria di Freud,  È una forza impersonale che dà origine a motivazioni e comportamenti, le cui radici sono da ricercare nell’infanzia.

 Processo primario e secondario:
 Il processo primario riguarda l’attività psichica dominata dall’inconscio, sostanzialmente tendente alla soddisfazione immediata dei desideri per scaricare l’eccitazione.
 Nel processo secondario l’attività psichica dell’io inibisce le spinte istintuali e dilaziona la soddisfazione del desiderio.
 A fondamento del processo primario e del processo secondario stanno il principio di piacere e principio di realtà.
Psicologia:

Sviluppo e psicoanalisi 

 
Psicoanalisi e società 
Teoria freudiana: Nel corso del 900 la teoria psicoanalitica di Sigmund Freud l’estate a messo in discussione da più parti, oggi la psicoanalisi non occupa più il posto di rilievo che occupavano il scorso secolo.
Zaretsky sostiene che la psicoanalisi rappresenti la prima grande teoria e pratica della “vita personale”.

 Dall’identità familiare all’inconscio individuale: 
 I cambiamenti dovuti ai processi di industrializzazione e urbanizzazione hanno modificato il senso di identità dell’individuo. Lo sviluppo del capitalismo industriale, con la separazione tra ambiente di lavoro e ambiente familiare, permise la famiglia di organizzarsi in modo nuovo e agli individui di immaginare per sé identità extrafamiliari.

 La psicoanalisi è l’inconscio: 
 Psicoanalisi indica:
 Un procedimento per l’indagine dei processi mentali;
 Un metodo terapeutico;
 Una disciplina scientifica



Erving Goffman nasce in Canada nel 1922.La sua formazione accademica avviene tra Toronto, dove consegue la laurea in antropologia e sociologia, e Chicago, dove ottiene una laurea magistrale e un dottorato. In quest’ultima, in particolare, subirà una forte influenza dal modello dominante all’epoca, ovvero l’interazionismo simbolico. In occasione della la sua tesi di dottorato intraprende una ricerca sul campo, i cui dati raccolti formano la base della sua opera più famosa, ovvero “The presentation of Self in everyday life”, nel 1959.

Il modello drammaturgico e la metafora del teatro

Erving Goffman propone un approccio microsociologico per esplicare quanto emerso, denominandolo il “modello drammaturgico”.
L’idea base sottostante alla teoria di Goffman è l’utilizzo della metafora del teatro. In questa prospettiva, le particolari istituzioni della società per essere studiate, sono metaforicamente analizzate come se fossero delle rappresentazioni teatrali dotate di attori.
In essa si distinguono due momenti: quello del retroscena, caratterizzato da un assenza del pubblico, dove non vi è necessità che l’attore controlli le impressioni, potendo anche uscire dal personaggio per essere se stesso, per aggiustare e mettere a punto le sue rappresentazioni; e quello della ribalta, dove l’attore si mette in scena con un copione a cospetto di un pubblico.
Secondo Goffman, noi tutti, in quanto attori professionisti, nell’impresa di impersonificare ruoli particolari, cerchiamo di creare una percezione pubblica di noi stessi che sia in conformità con i nostri desideri. Come già detto, la preparazione delle nostre prestazioni ha luogo nel retroscena, allo stesso modo degli attori, selezioniamo i nostri costumi e cerchiamo di convincere il nostro pubblico delle nostre prestazioni in modo tale che questi accettino le autorappresentazioni che offriamo come se fossero reali.

Come nel caso del teatro, le nostra rappresentazioni possono avere successo oppure no. Non riuscire nelle nostre prestazioni, non è solo una minaccia per le nostre capacità ma anche una minaccia all’ordine delle nostre relazioni sociali. Quindi, l’indagine svolta da Goffman riguarda gli aspetti più trascurati dal mondo quotidiano, dove la componente drammaturgica degli incontri sociali è fortemente presente.
La vita quotidiana è tematizzata come un gioco di rappresentazioni, nel quale l’identità dell’individuo coincide di volta in volta con le maschere che egli indossa sui diversi palcoscenici. Il sé non ha origine nella persona del soggetto, bensì nel complesso della scena della sua azione. L’individuo non sarebbe altro che un effetto drammatico creato dalla stessa scena rappresentata.
Si giunge alla conclusione che il soggetto è una pura maschera scaturita dalla messa in scena sociale, le cui regole e caratteristiche strutturali determinano le diverse parti recitate dal soggetto stesso. L’attore sarebbe diverso dal personaggio, ma ha la capacità di apprendere i ruolo che sono necessari al buon funzionamento della società.


Sociologia
Le istituzioni totali 

L’assegnazione di una nuova identità

L’insieme dei propri effetti personali ha un particolare rapporto con la sfera soggettiva di ogni individuo (Sé): l’essere umano necessita infatti di un “corredo per la propria identità” per mezzo del quale poter manipolare la propria esteriorità ed esercitare una sorta di controllo sul modo in cui appare altri. Ma, al momento dell’ammissione nelle istituzioni totali, l’individuo viene privato del suo aspetto abituale e degli strumenti con cui preservarlo, soffrendo così di una mutilazione personale. Abiti, pettini, cosmetici, asciugamani, saponi profumati, rasoi da barba: tutto ciò può essergli rifiutato con la promessa di essergli restituito se e quando lascerà l’istituto. Goffman considera questa forma di controllo un meccanismo di profanazione e di contaminazione per mezzo del quale il significato simbolico degli eventi all’interno dell’istituzione, fallirà drammaticamente lo scopo di rinforzare il suo concetto di persona. In una società civile inoltre, quando un individuo è costretto ad accettare circostanze che contrastano con il concetto che ha di sé stesso, gli è consentito un margine di reazione con cui difendersi: muso lungo, sospensione dei segni di deferenza abituali, parlar male degli altri sottovoce o mostrare qualche fugace espressione di disprezzo, ironia o derisione. L’abitudine al rispetto imposta nelle istituzioni totali, ci offre un esempio pratico del fenomeno definito da Goffman come “circuito”: l’individuo prova così che la reazione difensiva agli assalti del proprio Sé viene divorata dalla situazione, nel senso che, non potendo difendersi nel modo abituale, è costretto ad assumere un atteggiamento “distante” allo scopo puramente difensivo.

Forme di resilienza passive e attive


Capita che l’individuo, confrontandosi con l’istituzione, non sia in grado di identificarsi con essa. Si verificano allora ciò che Goffman definisce “adattamenti secondari”, ovvero comportamenti istintuali atti ad ottenere una soddisfazione proibita dal sistema interno e dalla natura vagamente sovversiva. Ve ne sono forme diverse:
– il ritiro dalla situazione: l’internato riduce la propria partecipazione attiva alla sola soddisfazione dei bisogni primari;
– la linea intransigente: l’internato sfida intenzionalmente l’istituzione rifiutando apertamente di cooperare. Ne risulta un’intolleranza costantemente espressa e talvolta un alto spirito individualistico. La scelta di continuare a rifiutare l’istituzione totale richiede spesso di mantenere un certo interesse nei confronti della sua organizzazione ufficiale ed ufficiosa quindi, paradossalmente, ne deriva un profondo coinvolgimento;
– la colonizzazione: la parte di realtà di cui l’organizzazione provvede l’internato, è da questi vissuta come se si trattasse di tutta la realtà, viene cioè a costruirsi un’esistenza stabile e relativamente felice basata sul massimo delle soddisfazioni che l’istituzione può offrire. Il mondo esterno serve come punto di riferimento per dimostrare quanto la vita istituzionale sia desiderabile;
– la conversione: l’internato sembra assumere su di sé il giudizio che in genere lo staff ha di lui e tenta di recitare alla perfezione il proprio ruolo. Mentre l’internato “colonizzato” si costruisce un mondo, per quanto gli è possibile libero, sfruttando i pur limitati vantaggi ottenibili, l’internato che si è “convertito” segue una linea più disciplinata, più moralistica e monocromatica, presentandosi come colui che mette a completa disposizione dello staff il suo entusiasmo istituzionale. Nei campi di concentramento, ad esempio, alcuni prigionieri arrivavano ad adattare il vocabolario, gli svaghi, l’espressione aggressiva, a quelli della Gestapo.
Sociologia


Secondo la fenomenologia, l’istituzione sociale rappresenta un programma per l’azione: accostandosi ad essa, l’individuo sceglie di percepire intimamente un percorso educativo e formativo più o meno vincolante per ottenere un’identità individuale e/o collettiva da esercitare nel tempo. Il matrimonio, come anche la Chiesa, sono da considerarsi un esempio. Alcune istituzioni, però, agiscono con un potere inglobante più compromettente di altre (simbolizzato nell’impedimento allo scambio sociale e all’uscita verso il mondo esterno, concretamente fondato nella struttura fisica dell’istituzione): il sociologo statunitense Erving Goffman, in “Asylums”, usa l’appellativo di “totali” per definirle.

Le istituzione totali 


L’individuo tende a dormire, a divertirsi e a lavorare in luoghi diversi, con compagni diversi, sotto diverse autorità o senza alcuno schema razionale: caratteristica principale delle istituzioni totali può essere appunto ritenuta il dover “manipolare” molti bisogni umani per mezzo dell’organizzazione burocratica di intere masse di persone, sia che si tratti di un fatto necessario o di mezzi efficaci cui la comunità ricorre in determinate circostanze. Secondo l’autore, l’istituzione totale è un “ibrido sociale”, in parte comunità residenziale, in parte organizzazione formale e se ne possono distinguere cinque categorie:

– le istituzioni nate a tutela di incapaci non pericolosi (case di riposo per anziani);
– luoghi adeguati a tutelare e tutelarsi da coloro che, incapaci di badare a se stessi, rappresentano un potenziale pericolo, anche se non intenzionale, per la comunità (ospedali psichiatrici);
– istituzioni atte a proteggere la comunità da individui realmente pericolosi in cui il benessere del segregato non risulta la finalità immediata (penitenziaricampi di prigioniacampi di sterminio);
– istituzioni create al solo scopo di svolgere una determinata attività (furerie militaricollegi);
– luoghi atti alla preparazione spirituale per religiosi (abbaziemonastericonventi ed altri tipi di chiostri).